Ovvero come recuperare il senso del limite e della fatica per restare umani, nella nostra società tecnocratica
La nostra Comunità del Centro Storico ha avuto la gioia di vivere due importanti momenti con i nostri ragazzi: Giubiland e il Campo estivo di fine agosto, che sono stati un grande regalo per noi per la possibilità di stare con dei ragazzi, ascoltarli, vederli all’opera e soprattutto vederli crescere.
Ma quando ci si avvicina a qualcosa naturalmente ci si rende conto anche delle difficoltà, delle fragilità che spesso attribuiamo a fattori esterni o ai prodotti tecnologici come gli smartphone e il loro mondo virtuale. In realtà i nostri ragazzi stanno affrontando un momento storico molto difficile, dove sembra che tutto ciò che potranno fare sarà -in realtà- fatto da una macchina, pensato da una macchina e peggio ancora deciso da una macchina. In particolare nell’ultimo periodo i nostri mezzi di comunicazione ci presentano le gesta eroiche di robot umanoidi e i vantaggi della intelligenza artificiale che lentamente pare prendere il posto dell’uomo e delle sue capacità.
Ma perché partire dalla cosiddetta “Intelligenza Artificiale” per raccontare un’estate con i ragazzi? Sembrano due cose lontane ma in realtà credo che siano molto correlate.
Educare i ragazzi nel mondo delle macchine
Perché questo mondo di macchine impatta moltissimo i nostri ragazzi, li impregna di immagini, di messaggi, di modelli, ma anche di una cosa che sembra apparentemente innocua che è il diventare spettatori, consumatori di emozioni che passano e si scrollano con un dito su uno schermo che non ha profondità, non ha emotività, che permette di assistere alla morte e alla vita con la stessa distanza di sentimenti. E soprattutto una ossessione per la noia, quando mancano stimoli.
Imparare anche attraverso la fatica e la noia
In questo scenario le nostre esperienze -seppur con tanti limiti- hanno provato a seguire una rotta alternativa alla offerta di molti campi estivi, provando a non dare un pacchetto pronto da consumare, un cibo educativo iperprocessato, ma a vivere giornate fatte di attività e di pause, dove avere il tempo di assimilare le cose, e anche di annoiarsi. Non abbiamo nascosto la difficoltà, non abbiamo evitato gli ostacoli, non ci siamo sostituiti a loro quando c’era da raccogliere i piatti o raccogliere i giochi, abbiamo detto anche dei no! E crediamo proprio che questo non togliere le fatiche ma di accompagnarle, sia ciò che serve in questa stagione della storia. Dove c’è una strana arrendevolezza davanti alla fatica di capire le cose ci si accontenta del tutto o niente; tutto è semplificato in un tifo da stadio dove ci sono i nostri e il resto del mondo. Dove si è amici o non amici, dove capire è considerato uno spreco di tempo.
Usare la tecnologia senza esserne usati
Senza lo sforzo di capire il mondo che ci circonda le macchine saranno sempre le privilegiate, perché sanno ripetere meglio di noi le cose, ma dobbiamo educare dei ragazzi che non si lascino governare dalle macchine ma che le usino. Quando io penso secondo i post più in vista del mio cellulare, non posso dire di usare il cellulare ma è il mio cellulare che mi sta usando, che mi dice cosa sognare cosa desiderare, cosa è buono e cosa è cattivo.
Noi adulti aiutando i ragazzi a non cedere alla comodità delle risposte pronte di Google impareremo anche noi quanto sia inumano lasciarci acriticamente guidare dai media e dai loro interessi.
Educare significa accompagnare, non sostituirsi
Ma per fare questo occorre coraggio e amore, nel non sostituirci a loro nel superamento delle fatiche e dei limiti, perché solo chi li vive in prima persona potrà affrontarne altri che la vita gli porterà. I nostri limiti fisici, intellettuali e sociali fanno parte del nostro cammino di identità; fingere che non esistano nei nostri ragazzi o nasconderli con trucchi significa esporre a gravi rischi di fragilità. Oggi siamo bravi a dare nomi a tutte le fragilità, ma in realtà spesso carichiamo di una tara sociale i nostri ragazzi.
Un’alleanza educativa per crescere insieme
Concludendo posso dire che l’esperienza estiva ci conferma che per educare servono regole e serve anche saper dire dei no! E credo che occorra una alleanza educativa forte tra famiglia e tutti quelli che si vogliono prendere cura dell’educazione dei ragazzi.
I ragazzi potranno capire che le regole e i “no” possono essere considerati doni d’amore solo quando sono confermati da adulti che li vivono. Occorre capire che anche l’amore ha le sue regole, Dio quando ha scelto il suo popolo gli ha dato una Legge, una regola. Non lasciamo che sia il mondo delle macchine a mettere le sue regole mercantili nei cuori dei nostri ragazzi ma educhiamoli ad essere umani, ovvero ad avere di limiti da gestire, dei no da metabolizzare dei vuoti da riempire.





